La meditazione non è un videogioco...
- dott. Rodolfo Vittori

- 8 ott
- Tempo di lettura: 3 min
... anche se molti la vendono così

Avete mai notato come, negli ultimi anni, la meditazione sia diventata un po’ come il sushi? Una moda che tutti vogliono assaggiare, ma che pochi conoscono davvero. Allora spuntano corsi, percorsi, challenge di 21 giorni e, ovviamente, le famigerate “scale a livelli”. Dieci livelli della meditazione, otto livelli di consapevolezza, dodici passi verso l’illuminazione. Sembra quasi la sceneggiatura di un videogioco, dove il premio finale non è salvare la principessa, ma raggiungere la pace interiore (che, per inciso, non è inclusa nel prezzo).
Il problema è che questa visione fa perdere di vista l’essenza stessa della meditazione. Non è un percorso a ostacoli con punti da accumulare. Non ci sono vite extra, non c’è il “game over” se ti distrai, ma soprattutto non c’è un livello bonus dove finalmente smetti di arrabbiarti con il traffico o con tuo cognato.
Le mappe tradizionali (quelle vere)
Va detto che alcune tradizioni antiche hanno effettivamente creato delle mappe della pratica. Nel buddhismo, ad esempio, si parla di dieci stadi della calma meditativa (śamatha). Nello yoga, Patañjali descrive otto passi che conducono verso il samādhi. Ma attenzione: queste mappe non sono scale rigide da scalare, sono piuttosto descrizioni di stati mentali, utili per orientarsi, non per certificare un “livello di meditante”.
Chi le prende troppo alla lettera rischia di fare come l’escursionista che va in montagna con la mappa in mano, ma si dimentica di guardare il sentiero.
L’illusione del livello
Il marketing, però, ama i livelli. Perché? Perché funzionano benissimo con il nostro cervello. L’essere umano è programmato per cercare progressi misurabili. Vedere che si passa dal livello 3 al livello 4 dà una soddisfazione immediata, proprio come quando lo smartphone ti avvisa che oggi hai fatto 10.000 passi. Il problema è che la mente non funziona come un contapassi, e la meditazione non è un’app di fitness.
In terapia lo vedo spesso. Pazienti che mi dicono “Dottore, credo di essere fermo al livello 2 della meditazione, perché continuo a distrarmi”. La realtà è che distrarsi fa parte del processo. Non significa essere principianti eterni, significa avere un cervello umano. Se davvero ci fosse un livello finale in cui non ci si distrae mai, allora lo avremmo già raggiunto in milioni di anni di evoluzione. Invece siamo ancora qui, a litigare con i pensieri che entrano in testa senza averli invitati.
La meditazione come processo, non come gara
La verità è che la meditazione è molto meno spettacolare, ma molto più profonda. Non si tratta di superare tappe, ma di familiarizzare con la propria mente. A volte si fanno passi avanti, altre volte sembra di tornare indietro. È come allenare un muscolo. Non ti chiedi a che livello sei, ti accorgi che col tempo diventi più forte, più flessibile, più stabile.
Se vogliamo usare una metafora, la meditazione assomiglia più a coltivare un giardino che a giocare a Super Mario. Nel giardino bisogna avere pazienza, prendersi cura delle piante, togliere le erbacce. Non c’è un livello 10 in cui improvvisamente fioriscono orchidee illuminanti senza bisogno di annaffiarle. Ci sono giorni di pioggia e giorni di sole e l’unico vero progresso è nel prendersi cura di se stessi, giorno dopo giorno.
Come riconoscere il marketing travestito da spiritualità
Un piccolo vademecum, che vale sempre:
Se vi promettono un livello “finale” in cui non proverete più rabbia, ansia o dolore, diffidate. Stanno vendendo magia, non psicologia.
Se la progressione è a pagamento (tipo “dal livello 1 al livello 3 è gratis, ma per arrivare al 10 servono altri tre corsi”), chiedetevi chi davvero ci guadagna.
Se vi sentite in colpa perché non siete “abbastanza avanzati”, allora state seguendo un gioco, non una pratica di consapevolezza.
Conclusione
La meditazione non è un videogioco. Non è una gara a livelli, non ha punteggi da superare, e non prevede vite extra. ma è un cammino verso una consapevolezza più profonda. È un cammino che a volte fa sorridere, a volte annoia, a volte illumina. Non si tratta di arrivare da qualche parte, ma di imparare a stare dove siamo.
In fondo, se proprio volessimo parlare di “livelli”, il più alto sarebbe proprio quello di smettere di preoccuparsi a che livello siamo.
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