Dipendenza da esercizio fisico



Oggi vi racconto una storia, la vera storia di Alice*, una ragazza di 25 anni, che ogni giorno correva 10-12 chilometri e andava anche in palestra. Alta un metro e settanta, per 52 chilogrammi, praticamente alta e molto snella. La sua percentuale di grasso corporeo era solo del 9% e il suo fisico sicuramente destava un po’ di invidia.


Quello che non vedevano gli altri, però, era ciò che c’era dietro, nulla di negativo sembrava trapelare. Eppure, Alice odiava il suo lavoro, non vedeva più gli amici e non aveva le mestruazioni da più di un anno.


Nelle donne con un livello di grasso corporeo minore del 13-17% è abbastanza normale vedere interrompersi il ciclo mestruale. Questa condizione si chiama amenorrea, è reversibile ma, se non trattata, può portare all’infertilità.

Alice era entrata in questo vortice di lavoro, casa e palestra. Ricercava il senso delle sue giornate e lo aveva trovato soltanto nell’allenamento. Anche solo saltare una seduta le comportava un senso di ansia, apatia e alimentazione sregolata. Alice oramai era dipendente dall’esercizio fisico.


Si tratta di un disagio non molto comune, meno dell’1% della popolazione ne soffre, ma l'incidenza è molto più altra tra gli sportivi, dove è presente in circa il 10% dei praticanti.

Questo problema è stato motivato dal rilascio di dopamina, procurato da una intensa pratica sportiva. La dopamina è lo stesso neurotrasmettitore associato all'uso di stupefacenti, in grado, quindi, di portare a dipendenza.


Questa della dopamina è soltanto una delle spiegazioni. Jack Raglin, psicologo sportivo e professore di chinesiologia dell’Università dell’Indiana a Bloomington, ritiene che alla base di questo vero e proprio disagio, ci sia una verità maggiormente psicologica. Quando si ha l’impressione di non essere più padroni di ciò che ci circonda, ci concentriamo sul cercare di controllare il 100% di noi stessi.


Come riconoscere questa rara dipendenza? Alice lo scoprì andando a correre il giorno dopo aver corso una maratona. Anche se i dolori muscolari erano lancinanti, tentò comunque di correre ma, per fortuna non ci riuscì. Fu allora che ebbe l'illuminazione, comprese il suo problema e iniziò a lavorarci sopra per uscirne. Oggi, a trent'anni, ha cambiato lavoro, sta mettendo su famiglia, pratica ancora l'attività sportiva, ma lo fa esclusivamente per piacere personale.


Una dipendenza considerata “salutare” è difficile da controllare. Inizia come qualcosa di buono che ti porta poi a lasciare lavoro e famiglia in secondo piano, soprattutto quando lo sport è visto come una fuga dalla realtà, una compensazione a stress e frustrazione che ci sono nelle altre stanze della vita.


Il campanello d'allarme principale, che ci fa capire sia siamo in uno stato di dipendenza da attività fisica, arriva quando ci si infortuna e si continua ad allenarsi nonostante il dolore. Non si riesce a riposare nemmeno un giorno e se lo si fa ci si sente costantemente in ansia per gli allenamenti persi.


In queste condizioni, i muscoli e le articolazioni si deteriorano, le ossa si spezzano e il continuo umore negativo allontana chi ci sta intorno.


Per riacquistare il controllo sulla propria attività fisica, è necessario indagare le altre problematiche soggiacenti, lo stress, la frustrazione, il malessere esistenziale. La terapia rimane quella del cambiamento, del modificare la propria esistenza andando a cambiare quello che non ci permette di essere felici. Per dare il giusto valore, poi, alla pratica sportiva, uno dei modi migliori è quello di allenarsi in compagnia, in quanto, confrontandosi con gli altri, si potrà mettere l’esercizio fisico nella giusta prospettiva.


*Alice, ovviamente, è un nome di fantasia